Zoran Music, Motivo dalmata, 1952, olio su tela, 38 x 61 cm Courtesy FONDAZIONE GABRIELE E ANNA BRAGLIA, Photo copyright Roberto Pellegrini

Zoran Music, Motivo dalmata, 1952, olio su tela, 38 x 61 cm
Courtesy FONDAZIONE GABRIELE E ANNA BRAGLIA, Photo copyright Roberto Pellegrini

Zoran Music. Opere dalla Collezione Braglia

 

A fine settembre 2016, negli spazi espositivi della Fondazione Gabriele e Anna Braglia a Lugano, sarà inaugurata una mostra del pittore e incisore Zoran Music.

Uno dei protagonisti del secolo scorso, Music, di origine slovena, nasce nel 1909, in una Gorizia asburgica. Si forma all’Accademia di Belle Arti di Zagabria e viaggia, prima a Vienna, dove conosce Schiele, Kokoschka, Klimt e poi in Spagna, un soggiorno che gli consentirà di entrare in contatto con la pittura di Goya, El Greco e Velàsquez. Trascorre lunghi periodi sull’isola di Curzola in Dalmazia; e a Venezia, che sarà la sua città d’adozione, vivrà per molti anni, mentre a Parigi sarà consacrato alla fama.

Dal temperamento mite e solitario, Music viene rammentato come il pittore della memoria; rileggendo la sua biografia e la sua arte, appare in modo inconfondibile che questa sua vena, fra tutte, è la più fatalmente commovente.

Solo in punta di piedi ci si può accostare a Music, solo con delicatezza si possono cogliere i tratti salienti della sua personalità e l’atmosfera nella quale sono state concepite e vivono le sue opere. Avvicinarsi e comprendere Music, significa ripercorrere quelli che sono i momenti fondamentali della sua esistenza che si riverberano inesorabilmente nell’opera. Questi momenti sono legati ai luoghi e al felice periodo dell’infanzia, come i viaggi attraverso il Carso per raggiungere Trieste e poi in mare verso Capodistria dove trascorreva l’estate, drammaticamente interrotti dalle vicende belliche che travolsero l’Europa del secolo scorso. Ai primi anni della sua esistenza, si sono succedute le esperienze dell’esilio durante la Grande Guerra e, durante la Seconda Guerra Mondiale, di prigionia nel lager di Dachau. Nato e cresciuto ai piedi delle colline del Collio goriziano, in un limes di frontiera caratterizzato da molteplici etnie e idiomi, Music vide modificarsi repentinamente l’assetto geopolitico e culturale del suo luogo di origine e la formazione di un nuovo territorio a Est, in discontinuità con la tradizione mitteleuropea. Significative alcune delle sue ultime opere intitolate Il viandante che riflettono un’identità segnata dal dolore del distacco e da un essere senza dimora.

A Venezia, Music ritornerà a dipingere i soggetti amati, il Carso e la Dalmazia e gli Acquerelli veneziani, un periodo intenso che anticipa la sua maturità artistica. Ai temi del paesaggio brullo e scabro, delle contadine con i loro grandi parasole, dei mercati, degli asinelli e dei cavallini dalmati, che dipinge a memoria, il pittore rimarrà sempre intimamente legato. Questo legame si fonda sul pensiero quasi ossessivo per la sua terra e per i luoghi del suo passato. Come per incanto la sua creatività prende avvio dall’emozione suscitata dai paesaggio così come è impresso nella sua mente e come esso affiora nella sua coscienza per poi incarnarsi nell’opera.

Paesaggio senese, 1951, olio su tela, 49,5 x 72 cm Immagine tratta dal catalogo della mostra Music: Paesaggi dal 1951 al 1979, GALLERIA D’ARTE NICCOLI, Parma, 1987

Paesaggio senese, 1951, olio su tela, 49,5 x 72 cm
Immagine tratta dal catalogo della mostra Music: Paesaggi dal 1951 al 1979, GALLERIA D’ARTE NICCOLI, Parma, 1987

Il ricordo che sollecita Music in modo pungente si stratifica nella memoria e le consonanze nell’opera mettono il luce l’effettivo ritornare della sua languida fantasia, raccontando come la sua esistenza di nomade sia, in realtà, quella di un abbarbicato carsico. Diversi lavori, come ad esempio Motivi italiani, Colline senesi o i cumuli dei moribondi di Non siamo gli ultimi o ancora, i corpi abrasi delle opere tarde dei Ritratti, evocano l’arcaico paesaggio, o meglio, come Music diceva, “non il paesaggio, ma le origini”.

Solo in esse, forse, poteva cercare e trovare un dolce rimedio ai traumi subiti. In sintonia con la dimensione suggestiva nostalgica è anche la tecnica, fatta di pochi mezzi. Il colore steso a secco è assorbito dalla tela che ha ricevuto solo una tenue imprimitura. In superficie, in uno spazio senza tempo che amplifica l’evocazione, campeggiano effigi celestiali, apparentemente, lievemente sfumate.
L’artista, scegliendo di procedere eliminando eccessi che potrebbero turbare l’armonia della composizione, si allontana dalle “tinte forti cubiste” (Pier Paolo Pasolini, La Guinea) e utilizza un colore tenue e dalle tonalità leggermente rischiarate negli ocra, nei grigi, nei malva e nei neri che penetra nello sguardo facendoci afferrare quella stessa visione struggente melanconica che ispirava il pittore nell’istante che precedeva il suo foggiarsi sulla tela.

Percepire questa particolare condizione di misterioso accordo fra lo spirito e la mano che muoveva il pennello, consente di catturare momenti della sua “strada di ieri” (Rainer Maria Rilke, Prima Elegia), avvicinandoci ancora di più all’artista, fino quasi a toccare la sua anima.

“La strada di ieri” conduce anche a un’altra importante riflessione sull’uomo e sull’artista, al suo esistenzialismo e al suo curarsi in modo particolare dell’essere e degli accadimenti intorno a lui. La serie Non siamo gli ultimi è un soggetto autobiografico che nasce venticinque anni dopo la tragica prova vissuta a Dachau, l’esperienza che segnerà la svolta decisiva nell’opera del pittore: stilisticamente la privazione di fronzoli, mentre nella sostanza la conoscenza della verità. Music, dopo molti anni, ristabilisce un contatto con i morti del lager fino a restituire alla figura una possibilità, malgrado tutto, di sopravvivere e di riconquistare la forma umana che gli aguzzini avevano cancellato.

Questo passaggio è fondamentale per l’artista; Music esprimendosi si libera da un “corpo troppo pesante” (Jean Clair, L’angelo di Dachau, in Zoran Music, catalogo della Mostra, Galeries Nationales du Grand Palais, Parigi, 1995) e dalle miserie terrene per intraprendere un cammino che lascerà una traccia, più che mai attuale, che si rivela un “barlume per gli altri” (Georges Didi-Huberman, Come le lucciole. Una politica della sopravvivenze).

Nous ne sommes pas les derniers/ Non siamo gli ultimi / No somos los últimos / We are not the least, 1973, acrilico su tela, 200 x 267 cm, MUSEO NACIONAL CENTRO DE ARTE REINA SOFÍA, Madrid, Fotografía Joaquín Cortés/Román Lores

Nous ne sommes pas les derniers/ Non siamo gli ultimi / No somos los últimos / We are not the least, 1973, acrilico su tela, 200 x 267 cm, MUSEO NACIONAL CENTRO DE ARTE REINA SOFÍA, Madrid, Fotografía Joaquín Cortés/Román Lores

La raccolta di settanta opere della Collezione Braglia che potranno essere ammirate, comprende esempi di tematiche e tecniche, come dipinti a olio e acquerelli, disegni, pastelli e opere grafiche su carta, rappresentative della produzione artistica di Music. Accanto a diversi Motivi dalmati, Cavallini, Non siamo gli ultimi, Paesaggi rocciosi, Ritratti, saranno esposti anche una ventina di Acquerelli veneziani, eseguiti tra il 1946 e il 1949. In occasione della mostra verrà pubblicato un catalogo in collaborazione con la casa editrice tedesca Hirmer, a cura di Ute Eggeling & Michael Beck, con testi, tra gli altri, di Jean Clair, Kosme di Barañano, Marilena Pasquali e Flaminio Gualdoni.

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Informazioni utili:
ZORAN MUSIC. LA COLLEZIONE BRAGLIA
Fondazione Gabriele e Anna Braglia
29 settembre – 10 dicembre 2016
Lugano – Svizzera
Riva Antonio Caccia 6/A
orario: giovedì, venerdì e sabato 10:00 – 13:00 e 14:30 – 18:30

 

Viviana Vergerio Guerra

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